Sei tu, Calimero?
Il modo in cui ci raccontiamo la vita ha un grandissimo impatto sull’idea che ci facciamo della vita stessa, ma anche di noi.
Facci caso pensando a cosa recentemente hai detto su di te o hai ascoltato dalle persone che hai attorno.
Abbassando il rumore di fondo, ti accorgerai che ci sono due tipi di narrazioni prevalenti: la prima, dove i verbi e le azioni vengono usati in forma attiva e la persona è protagonista.
Ti faccio un esempio così ci capiamo meglio:
Ho scelto di fare [questa cosa],
Ho deciso di provare a [altra cosa],
Ho voluto darmi la possibilità di [xx].
La seconda narrazione descrive la persona come in balìa degli eventi:
Mi è toccato fare [questa cosa],
Non ho potuto [altra cosa],
Se solo avessi avuto [xx].
C'è anche una terza via, a dire il vero, perché nelle cose umane le sfumature esistono eccome, ed è quella di chi si racconta come persona fortunata:
Sono fortunata perché [ho un partner che mi aiuta/ capisce ecc]
Sono fortunata perché [posso fare X].
Per tanto tempo io stessa sono stata nella seconda narrazione, quella del pulcino Calimero a cui le cose capitavano senza che lui potesse farci niente.
Se mi succedeva qualcosa di bello era fortuna; se non mi succedeva, era il mondo a essere contro di me.
Non mi riconoscevo né autoefficacia né agentività, parole purtroppo poco conosciute e quindi poco usate, che stanno entrambe nel territorio semantico dell’aver fiducia nelle proprie capacità e di poter intervenire in modo positivo sulle situazioni.
L’autoefficacia ci porta nel mondo del fare e delle azioni.
È un altro luogo rispetto a quello dell’autostima, più ampio perché attiene invece all’essere nel suo complesso.
Nel mio caso di Calimero c’erano delle attenuanti al fatto che la mia autoefficacia fosse scappata a Barbados quando la vita mi ha messo davanti malattie gravi, crac finanziari, dolori insopportabili.
Eppure, vale la pena, anzi il piacere, ricordarsi che anche nelle situazioni peggiori c’è uno spazio, seppur piccolissimo, dove qualcosa può ancora succedere grazie a noi, e non nonostante noi.
Le tre narrazioni
1) Attiva - io come soggetto
Questa è la narrazione di chi si mette al centro della propria frase, non per arroganza o supponenza ma per assunzione di responsabilità.
Qui c'è già una prima accortezza da aggiungere, perché per molti di noi, cresciuti a pane e testa bassa, raccontarsi come protagonisti scatena la paura (e il rimprovero genitoriale che, a distanza di decenni, brucia ancora) di sembrare “quelli che se la tirano”.
Chi si pone come soggetto della sua frase usa verbi da cui emerge la sua volontà.
Attenzione: non nega che la vita càpiti, e che spesso non sia giusta.
Sa benissimo che esistono i venti contrari, le circostanze, la sfortuna.
Ma nel raccontarsi sceglie, appunto, di mettere a fuoco la parte su cui ha avuto, o ha ancora, un margine d'azione.
Qui c'è una seconda accortezza da aggiungere.
La narrazione attiva non è dire "io sono artefice totale del mio destino": questa è un'altra cosa ed è pure un po' pericolosa perché ribalta sulla persona anche il peso di ciò che non dipende da lei.
La narrazione attiva sana è clemente e più onesta.
Dice:
Dato quello che è successo, che non ho scelto, io ho fatto questo.
Il piccolo spostamento da"mi è successo" a "io, dentro quello che è successo, ho fatto" cambia completamente il ruolo che hai nella tua storia.
È la differenza tra sentirsi onnipotenti e sentirsi agenti.
2) Passiva - io come oggetto
È il Calimero che abbiamo visto sopra.
In questo caso la direzione dei verbi, che pure esistono, è rovesciata:
mi è toccato, non ho potuto, sono stata obbligata.
Nella narrazione Calimero la persona non è il soggetto della frase.
È il complemento oggetto: le cose le accadono, lei le subisce.
A volte è vero, le cose accadono e non c'è niente da fare.
Il punto non è negarlo.
Il punto è che la narrazione passiva, quando diventa l'unica lente indossata troppo a lungo, occupa anche gli spazi in cui c'è margine per fare qualcosa.
Se tutto capita, allora non c'è niente da fare.
E se non c'è niente da fare, smetto di cercare, o liberare, lo spazio in cui qualcosa potrei muoverlo.
La narrazione passiva sembra comoda e ci aiuta a raccontarcela, perchè toglie la fatica della responsabilità.
Ma toglie anche il potere, inteso come possibilità, che deriva dalla scelta.
3) Fortuna - Il bacio del destino
Questa narrazione sembra positiva, e proprio per questo è infingarda.
Chi si racconta attraverso la fortuna fa una cosa apparentemente bella: riconosce ciò che ha ed esprime gratitudine.
Fin qui niente di male, anzi, la gratitudine è incoraggiata da più parti.
Il problema arriva quando la fortuna diventa l'unica spiegazione del bene che ci capita.
E così ci escludiamo dai nostri stessi meriti.
In nessun “caso fortunato” ti hanno portato un pacco Amazon contenente tutti i tuoi desideri.
“Sono fortunato perché ho un buon lavoro” cancella il fatto che quel lavoro te lo sei conquistato.
“Sono fortunata perché ho un partner che mi capisce” elimina il fatto che sei tu ad aver scelto quella persona e costruito, ogni giorno, quella relazione.
La narrazione della fortuna è la passiva travestita da positiva.
Invece di un mondo ostile, c’è un destino benevolo.
Il motore è fuori di noi, e in entrambi i casi manchiamo noi.
E quindi?
1. Ascolta come ti racconti.
Per cambiare qualcosa, ammesso che lo si desideri, serve accorgersene.
Nei prossimi giorni, ma anche già da adesso che mi leggi, prova ad affinare l'orecchio sulle tue frasi, o su quelle di chi hai vicino.
Non per sentirti in difetto - questa sarebbe solo un’altra conferma che il destino è contro di te, ma per notare in quale narrazione ti inserisci.
Quando parli del tuo lavoro, della tua giornata, delle tue amicizie, chi sei?
Soggetto, oggetto, o persona baciata dalla fortuna?
Gli indizi per farlo ne abbiamo visti sopra:
Ho scelto o mi è toccato?
Ho costruito o è stata fortuna?
Per adesso non vogliamo risposte, ci limitiamo a individuare la posizione.
2. Cerca il margine
Questa è la parte più difficile, che ho dovuto imparare sbattendoci la testa e proprio per questo è quella che mi sta più a cuore.
Anche quando la narrazione passiva ha motivo di esistere, quasi sempre c’è uno spazio per decidere cosa fare di quello che è successo, con la serenità di chi sa che non lo si può cambiare.
Il mio capo è brutto e cattivo. E io cosa posso fare?
Capitano tutte a me. E se facessi qualcosa in modo diverso?
È colpa dei miei genitori che non hanno fatto xy. E io, oggi, cosa posso fare oltre a dar loro la colpa?
Questo spazio è nascosto, angusto, buio, umido, e magari non troppo profumato. Ma è il luogo esatto dove vive la tua agentività.
E più ci stai dentro, più ti diventa visibile e vivibile.
3. Riprenditi i tuoi meriti
Questo è il momento delle nostre amate carta e penna.
Pensa a una cosa buona della tua vita che di solito attribuisci alla fortuna.
Poi con molta onestà intellettuale ripercorri la strada che hai fatto per arrivarci, immaginando di fare rewind.
Soffermati su tutte le scene, tutti i bivi che hai preso, le scelte che hai fatto, le correzioni che hai operato, anche gli sbagli che hai fatto.
Adesso che hai davanti tutto il percorso, quanto è solo fortuna, e quanto invece è frutto di scelte, fatica, coraggio che hai messo in campo tu?
Questo esercizio è bello perché, fatto bene, è molto equo e ti restituisce la quota che ti spetta - non di più e non di meno.
Riflessione finale
Narra la leggenda che quando sono nata mio padre mi abbia regalato un fior di loto.
È un fiore bellissimo, di quelli che quando li incontri ti fermi per guardarli.
E cresce nel fango.
Non nonostante il fango, ma grazie al fango.
Affonda le sue radici nel fondo melmoso degli stagni, attraversa l'acqua torbida dove non metteresti neanche un mignolino, e arriva in superficie per aprirsi al sole fiero e colorato, e creando meraviglia per il contrasto che ha rispetto a quello che ha attorno.
Dopo quasi 44 anni da quel regalo, riesco a sentire profondamente il significato simbolico di quel fiore.
C’è il fango.
Ma c’è anche il fiore.
Affinché esistano, devono stare insieme: guardare uno senza guardare anche l’altro elimina, ingiustamente, un pezzo del quadro.
E se il pezzo eliminato sei tu, è un gran peccato.
Ci sentiamo presto.
Nel frattempo, fai scintille ✨
Ciao, sono Margot
Ho creato Facciamo Scintille e sono una coach specializzata in transizioni di vita e lavoro.
I miei clienti sono professionisti che hanno raggiunto tanto ma credono ci sia qualcosa in più: vogliono andarselo a prendere e tornare a fare scintille.
Ti riconosci?




